Industria 4.0, scatta l’ora delle competenze

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Competenze, competenze, competenze. È questo il mantra di Industria 4.0.

Il piano che punta a rivoluzionare il comparto manifatturiero in ottica “all digital”, ma che si sta progressivamente allargando anche ad altri settori – basti pensare all’agricoltura oppure ai servizi – ha dato una scossa al sistema produttivo, trainando anche la crescita complessiva del Paese.

Nel 2017 il Pil – secondo Istat – è cresciuto dell’1,7% grazie anche al Piano Industria 4.0. Piano che ha spinto anche gli ordinativi delle macchine cosiddette utensili (robot e automazione) che sono aumentati del 13,7%: gli ordini esteri sono cresciuti del 4,7% a totale recupero dell’arretramento registrato l’anno scorso, mentre gli ordini interni hanno registrato un incremento del 45,9% (dati Ucimu).

Ma questi numeri non raccontano tutto. Se è vero che i dati macroeconomici sono confortanti, lo stesso non si può dire per quel che riguarda le competenze: in pratica la forza lavoro che deve “accendere” la miccia della rivoluzione 4.0.

In Italia mancano laureati in materie scientifiche: secondo un report dell’Ocse solo il 29% della forza lavoro ha “elevate competenze digitali”, contro il 37% della media europea. Un problema che diventa cruciale nelle Pmi, ad esempio dove il 40% – i dati sono di Grs Ricerca e Strategia – si sente impreparato ad affrontare il cambiamento.

Che fare dunque?

Il tema della formazione 4.0 va affrontato a livello sistemico, a cominciare dalla scuola.

“Occorre innanzitutto non fermare, ma anzi accelerare su alcuni progetti chiave – spiega Mariano Corso, docente del Politecnico di Milano – L’Alternanza Scuola Lavoro e la riforma degli istituti professionali sono esempi di iniziative che, per quanto perfettibili, vanno nella giusta direzione e cominciano a mostrare i primi risultati”.

Nella legge di Stabilità 2018 è stato inserito un bonus per le skills: si tratta di un credito d’imposta del 40% per le imprese che investono nella formazione 4.0 dei dipendenti.

L’incentivo è riconosciuto, fino ad un importo massimo annuale di 300mila euro per ciascuna impresa, per gli interventi formativi pattuiti attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali. Per l’attuazione del credito d’imposta per la formazione 4.0 è stata autorizzata la spesa di 250 milioni di euro per l’anno 2019.

Un decreto attuativo recentemente firmato dal governo mette in pratica la norma quanto stabilito in manovra.

Il problema va affrontato anche sul versante mercato del lavoro che deve valorizzare le nuove competenze.

Come spiegano Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi di Adapt “Industria 4.0 impone oggi molto di più di un definitivo e radicale superamento, delle cosiddette ‘regole aristoteliche’ del diritto del lavoro e cioè l’unità di luogo-lavoro (il lavoro nei locali dell’impresa), di tempo-lavoro (il lavoro nell’arco di una sequenza temporale unica), di azione-lavoro (un’attività mono professionale)”.

“Il valore non è più prodotto unicamente dalla macchina e quindi del dipendente che la conduce e la controlla, ma è piuttosto da ritrovarsi nell’apporto della persona stessa, non nella sua dimensione strumentale – si legge in un paper a firma dei due – Cambia dunque la natura della prestazione regolata e definita dal contratto, incidendo sull’idea per la quale lo scambio negoziale avviene tra salario e tempo di lavoro del prestatore, aprendo lo spazio per un rapporto di collaborazione che può fondarsi sulla corresponsabilità”.

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