Internet ovunque: la grande sfida di governi e aziende

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Cresce l’accesso a Internet ma sono ancora troppe le persone che non sono in grado di connettersi. Secondo le stime dell’ITU (International Telecommunication Union)  oggi circa 3,5 miliardi di persone sono “online” mentre ben 3,9 miliardi non dispongono di accesso alla Rete. Nei 48 paesi meno sviluppati identificati dall’ONU, la situazione è ancora più preoccupante con solo una persona su sette in grado di connettersi.  Gli obiettivi dell’ITU, identificati nel piano Connect 2020, prevedono che il 60% della popolazione mondiale sia online entro il 2020: questo significa raggiungere tra i 1,2 ei 1,5 miliardi di persone nei prossimi tre anni.

Da qui i progetti dei big player – telco e non solo – per coprire le aree più remote del pianeta con tecnologie diverse.

Fra i promotori dell’ Internet ovunque c’è Facebook che nel 2014 ha creato “Connectivity Lab”, un ramo d’azienda che si occupa proprio della diffusione della Rete. Al centro del progetto c’è “Aquila”, un velivolo che funziona ad energia solare e che irradia connessione a Internet con fasci laser entro un diametro di 60 miglia. Nel 2016 Zuckerberg ha lanciato i programmi Terragraph e Aries.

Terragraph è un sistema wireless multinodo a 60 GHz dal basso costo basato sullo standard aperto WiGig con cui risulta possibile apportare la banda larga nelle aree rurali affollate. Il progetto prevede l’installazione di ripetitori su tralicci con una struttura che ricorda idealmente i pali dell’illuminazione pubblica.

Aries (Antenna Radio Integration for Efficiency in Spectrum) è invece un sistema di connettività cellulare a 96 antenne nella medesima stazione pensata per massimizzare l’efficienza di spettro e quindi sostituire i sistemi attualmente installati nei mercati in via di sviluppo e nelle aree rurali.

Google ha scommesso invece sulle mongolfiere. Il Project Loon – “loon” oltre a significare “matto” suggerisce il termine “balloon” –  è stato sviluppato nel Google X Lab. Prevede di utilizzare dei palloni aerostatici che stazioneranno nella stratosfera a 25 km di altitudine, spostandosi dove serve grazie ai venti che spirano a quella quota. I palloni formano tra di loro una sorta di rete che riceve le comunicazioni provenienti da terra, le fa viaggiare da un pallone all’altro e quindi le rispedisce in superficie dove si collegano alla Rete.

In campo, ovviamente, sono scese anche le telco. Il progetto AirGig di At&t prevede l’utilizzo di antenne di plastica posizionate lungo le linee elettriche. Il segnale – che potrà essere usato per il 4G Lte, il 5G multi-gigabit mobile o anche per servizi fissi – non viaggerà quindi all’interno delle linee elettriche ma lungo la linea, senza però alcuna connessione elettrica diretta.

L’ITU e la Commissione per la banda larga dell’ONU hanno fissato una serie di obiettivi ma rimane comunque responsabilità dei governi assicurarne il raggiungimento. In Europa, per sostenere gli Stati, la Commissione UE e la Banca Europea per gli investimenti (Bei) hanno varato un fondo per ridurre il digital divide: il Connecting Europe Broadband Fund, secondo Bruxelles, è in grado di raccogliere almeno 500 milioni di Euro in una prima tornata grazie all’ impegno da parte di investitori pubblici e privati, tra cui anche la Bei e la Commissione stessa.

Al momento, nei mercati in cui la banda larga fissa è inesistente o scarsa, il wireless sta contribuendo a colmare il divario e continuerà ad essere probabilmente il mezzo più diffuso per portare Internet laddove non arriva la rete fissa. In questo contesto i progetti messi in campo dalle big company possono dare un grande contributo a ridurre un divario che non è solo tecnologico ma anche culturale.

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